Quando si parla di Emirati Arabi Uniti, spesso si pensa solo a Dubai e Abu Dhabi, ma la federazione è fatta da sette emirati, ognuno con un carattere diverso: Abu Dhabi con il suo deserto infinito e le grandi moschee, Dubai il paradiso dei fan di architettura, Sharjah il polo culturale del paese, Ajman affacciato su una costa tranquilla, Umm al-Quwain con i suoi ritmi lenti e le mangrovie, Ras Al Khaimah tra montagne e fortezze, e infine Fujairah, affacciato sul Golfo di Oman, dove il paesaggio cambia e il mare sembra un altro. Quindi cosa vedere negli Emirati Arabi Uniti? Te lo raccontiamo qui sotto, con le mete che abbiamo visitato durante il nostro on-the-road (in questo articolo ti diamo qualche consiglio su noleggio auto negli EAU).
Oltre ai consigli su cosa vedere negli Emirati Arabi Uniti, vogliamo brevemente parlarti dell’assicurazione sanitaria che consigliamo. Il nostro partner per le assicurazioni di viaggio è Heymondo, società leader nel settore con più di 2.000 recensioni certificate su trustpilot.com e altri portali. Clicca qui per acquistare ora la tua polizza assicurativa con Heymondo e accedere al 10% di sconto esclusivo per i nostri lettori e follower! Non farti sfuggire questa opportunità prima del tuo viaggio negli Emirati Arabi Uniti.
Ti ricordiamo, nel caso non avessi ancora letto gli altri articoli sul nostro Dune Tour, che siamo arrivati negli Emirati con un aereo dal Bahrain dopo aver vissuto l’esperienza della Formula 1. Inoltre, da qui siamo poi partiti per Muscat in Oman, paese che abbiamo visitato insieme agli Emirati Arabi durante il nostro tour on the road.
Emirato di Dubai: il tempio dei fan di architettura
Dubai tra design e grandi icone architettoniche
Dal 2018 Dubai è stata riconosciuta Città Creativa del Design UNESCO, l’unica del Medio Oriente con questo titolo. Lo si capisce subito ammirando la città: grattacieli dalle forme più assurde, il Museum of the Future progettato da Shaun Killa che sembra un anello sospeso sopra la Sheikh Zayed Road e la Dubai Frame di Fernando Donis, una gigantesca cornice illuminata che inquadra, da un lato, la città nuova e, dall’altro, la città vecchia. Al centro di tutto svetta il Burj Khalifa: con i suoi 829,81 metri, firmato dall’architetto Adrian Smith, è ancora il grattacielo più alto del mondo e lo si vede spuntare praticamente ovunque.
Nelle ore più calde (eravamo lì nei primi di maggio e faceva già caldissimo) ci siamo rifugiati all’Arte Museum Dubai, uno spazio interattivo e multisensoriale dove le opere vengono proiettate sulle pareti e sul pavimento. Il museo si trova all’interno del Mall of Dubai, il centro commerciale più grande al mondo. Noi siamo capitati durante una mostra temporanea in collaborazione con il Musée d’Orsay di Parigi: quadri impressionisti, musica e luci in continuo movimento, un’esperienza molto scenografica che occupa circa un’ora e mezza di visita.
Rientrando verso il Creek abbiamo riscoperto la città vecchia con le sue torri del vento, probabilmente le più belle che abbiamo mai visto. Sono strutture tradizionali di ventilazione naturale: catturano la minima brezza e, attraverso un gioco di aperture e canalizzazioni, convogliano l’aria fresca nelle stanze. Di sera, con le luci che si riflettono sull’acqua, il quartiere ha un’atmosfera unica. Per cena ci siamo fermati da Al Fanar Seafood, ristorante di cucina emiratina nella città vecchia, segnalato anche nella guida Michelin: piatti perlopiù di pesce, porzioni abbondanti e un ottimo rapporto qualità-prezzo.
Dubai, però, è anche una città perfetta per chi ama il caffè (anche se gli specialty coffee dell’Oman sono imbattibili). Nel quartiere storico abbiamo fatto tappa a The Roots Cafe, un locale piccolo e un po’ hipster con il bancone ricoperto di sticker a tema coffee e una buona scelta di bevande. Un’altra sosta a base di caffè è stata Nightjar Coffee, all’interno di Alserkal Avenue, il distretto culturale più importante e alternativo di Dubai, nato in un’ex area industriale. Oggi ospita gallerie di arte contemporanea, studi di design e architettura, spazi di coworking e luoghi di aggregazione. Ci sono anche atelier aperti a chiunque voglia dipingere: si possono acquistare tele, prendere in prestito i colori e mettersi a creare sul momento. L’atmosfera è rilassata, frequentata da chi vive in città ma anche da persone arrivate qui da tutto il mondo per lavorare nell’arte e nella creatività: un buon posto per capire quanto gli Emirati siano diventati un riferimento per i professionisti del settore.
Per vedere il lato balneare di Dubai siamo andati alla Jumeirah Public Beach, una spiaggia pubblica lunga, sabbia chiara e acqua turchese. È piacevole di giorno, ma secondo noi dà il meglio al tramonto. Da qui si vede benissimo anche il Burj Al Arab, l’hotel a forma di vela progettato dall’architetto Tom Wright, affiancato da altri hotel e resort che disegnano la linea di costa.
Per capire la scala delle trasformazioni urbanistiche della città siamo saliti al 52º piano di The View at the Palm, il punto panoramico su Palm Jumeirah. Dall’alto l’isola artificiale a forma di palma sembra un disegno tecnico: fronde perfettamente allineate, resort, ville con accesso diretto al mare, strade e monorotaia che corrono lungo il “tronco”. C’è anche un video che spiega la costruzione dell’isola, ma colpiscono soprattutto i numeri: qui vivono circa 78.000 persone di oltre 70 nazionalità diverse e, a livello cittadino, il 90% della popolazione di Dubai è composta da persone migranti.
Infine, una passeggiata a Dubai Marina, tra yacht, torri residenziali e caffè affacciati sull’acqua. Da qui è possibile fare piccoli tour in barca con una sorta di vaporetto locale: il biglietto costa circa 1,80 € e, anche se noi per il caldo abbiamo deciso di rinunciare, pensiamo che possa valere la pena per vedere la skyline di Dubai direttamente dal mare.
Dove dormire a Dubai? noi ti consigliamo la città vecchia
Per questo soggiorno abbiamo scelto di dormire in un albergo diffuso nella città vecchia, nella zona di Al Seef sul Creek, in Al Seef Heritage Hotel Dubai, Curio Collection by Hilton (ma straordinariamente economico) molto curato che riprende l’architettura tradizionale. Da qui per raggiungere Downtown abbiamo usato la metro: pulita, efficiente e… con la prima classe. Ci sono anche vagoni riservati alle donne e, nelle ore di punta, può diventare davvero affollata. Noi siamo stati “adottati” da un signore indiano che ci ha spiegato tutti i trucchi per spostarci senza impazzire.



Cosa vedere negli Emirati Arabi Uniti: Emirato di Sharjah
Villaggio fantasma di Al Madam
Al Madamè un villaggio fantasma nel deserto di Sharjah costruito negli anni Settanta, dentro un programma di governo chiamato Sha’bi: l’idea era quella di offrire case alla popolazione beduina, così che potesse stabilizzarsi in un’area precisa invece di spostarsi di continuo con le tende. Qui ha vissuto la tribù Al Ketbi fino al 1995, quando la comunità ha deciso di lasciare tutto: i venti fortissimi e le temperature estreme rendevano la vita quotidiana sempre più difficile, quasi impossibile da sostenere.
Oggi le stanze sono semivuote e le dune hanno iniziato a entrare dalle finestre, riempiendo i pavimenti di sabbia, si ha davvero la sensazione che il deserto si stia “mangiando” il paese, centimetro dopo centimetro. Il sito si raggiunge facilmente anche con una berlina: basta parcheggiare dove finisce l’asfalto e proseguire a piedi per una decina di minuti in direzione della moschea.
Quando siamo stati noi il villaggio ospitava anche un’installazione sonora di Raven Chacon per la Biennale di Sharjah, considerata uno degli eventi artistici più importanti del mondo arabo. L’opera, “A Wandering Breeze”, utilizza le voci registrate dei gruppi indigeni a cui erano destinate queste case: i canti rimbalzano tra le stanze vuote e accompagnano la passeggiata tra i muri scrostati, rendendo l’atmosfera ancora più sospesa e spettrale. Se si ha tempo durante un viaggio negli Emirati, vale la pena deviare fin qui: il sito è visitabile fino alle 17 e dista circa un’ora di macchina da Dubai.
Jebel Buhais Geology Museum
Jebel Buhais Geological Museum è un edificio futuristico che sembra mimetizzarsi tra le rocce. È un museo piccolo ma molto curato, dedicato alla storia geologica della penisola arabica e, in particolare, di questo pezzo di deserto che a quanto pare è tutto fuorché “vuoto”.
La visita inizia con un film immersivo che racconta come si sono formate queste montagne e perché Sharjah è così interessante dal punto di vista geologico. Alla fine del video succede la parte più spettacolare: lo schermo si solleva e si apre una grande vetrata proprio su uno dei pochi punti al mondo in cui è visibile la crosta oceanica emersa. È uno di quei momenti in cui ti rendi conto che stai guardando qualcosa che di solito rimane nascosto sotto chilometri di acqua e sedimenti.
Oltre agli spazi interni, il museo ha anche un breve percorso all’esterno che permette di camminare tra le rocce e leggere pannelli esplicativi sul paesaggio circostante. Nel complesso è una tappa perfetta per chi ama la geologia (o anche chi è curioso) e vuole vedere un luogo davvero unico al mondo. Il biglietto costa circa 2,60 € e, se si è in zona Dubai o Sharjah, vale decisamente la deviazione.



Kalba
A Kalba ci sono tante cose da vedere, come ad esempio Saeed Bin Hamad al Qassimi, residenza storica affacciata sul mare. Kalba un tempo era un emirato a sé, ma lo sceicco ebbe solo figlie femmine e, senza un erede al trono, il territorio venne inglobato in quello di Sharjah. Oggi la casa è un piccolo museo restaurato con cura, e una delle cose che abbiamo apprezzato di più è che – come in tutti i musei dell’emirato – c’è sempre una guida pronta ad accompagnare la visita e a raccontare la storia del luogo.
Da qui si arriva a piedi a uno degli spazi più affascinanti della Sharjah Biennial: una vecchia fabbrica di ghiaccio degli anni Settanta, la Kalba Ice Factory, trasformata in sede espositiva. All’interno abbiamo trovato alcune delle opere più forti di tutto il viaggio. Una installazione di un’artista armena racconta il ruolo delle donne nel tenere viva l’identità del Paese nonostante genocidi, terremoti e guerre, attraverso documenti, archivi di famiglia e memorie ricucite insieme. Un’altra opera, di un’artista italo-libica, affronta in modo diretto gli orrori del colonialismo italiano in Libia, dando voce alle testimonianze di chi è sopravvissuto ai campi di sterminio italiani: non è una visita leggera, ma è di quelle che restano.
Di fronte alla vecchia fabbrica, Kalba mostra un altro volto ancora: quello della natura. L’emirato ha ricostruito, in poco più di dieci anni, quella che era la foresta di mangrovie più antica degli Emirati Arabi, creando un centro dedicato alla loro tutela. Le mangrovie sono fondamentali per la flora e la fauna costiera, ma anche per la protezione delle coste stesse. Dal centro parte una passerella in legno che attraversa il bosco: lungo il percorso, con un po’ di pazienza, si possono osservare tartarughe, uccelli colorati e piccoli granchi che si nascondono nel fango.
Khor Fakkan: tra i monti Hajar e la resistenza emiratina
Khor Fakkan è una piccola città affacciata sul Golfo di Oman ma, allo stesso tempo, un luogo chiave per capire la storia degli Emirati. Qui il colonialismo portoghese fu particolarmente violento tra Cinquecento e Settecento, e oggi Khor Fakkan è ricordata come simbolo della resistenza emiratina. Si può visitare il forte costruito dai portoghesi, poi conquistato e difeso con tenacia dalle tribù locali: dopo aver perso Khor Fakkan, i portoghesi tentarono di riprendersi questo tratto di costa, ma vennero respinti in una battaglia rimasta nella memoria collettiva.
Per approfondire la storia, vale la pena fermarsi al Museo della Resistenza Emiratina, ospitato in un edificio contemporaneo dalle linee spettacolari. All’interno viene proiettato un film che ripercorre le vicende dell’occupazione e della liberazione della città, con un taglio divulgativo ma coinvolgente. L’ingresso è gratuito, e la visita è un modo semplice per dare un contesto storico alle passeggiate sul lungomare e alle soste nei caffè: dietro il paesaggio tranquillo di oggi, Khor Fakkan porta ancora le tracce di secoli di resistenza.



Città di Sharjah: la capitale culturale degli Emirati Arabi Uniti
Sharjah è l’emirato che più ci ha sorpresi dal punto di vista culturale. Dopo aver visto alcune installazioni della Biennale ad Al Madam, Jebel Buhais e Kalba, abbiamo dedicato una giornata alla città: bastano circa 15 minuti in auto da Dubai per ritrovarsi su una Corniche decisamente più tranquilla, affacciata sulla laguna. Al tramonto la passeggiata lungo l’Al Majaz Waterfront è bellissima: le luci dei grattacieli si riflettono sull’acqua, partono piccole imbarcazioni per i giri in barca.
Da qui si raggiunge facilmente anche Al Noor Island, un’isoletta al centro della città trasformata in parco dedicato alla tutela di flora e fauna, con installazioni e opere di artisti e artiste locali: un modo pratico per capire perché Sharjah viene spesso chiamato l’“emirato della cultura”. Per cena ti consigliamo Sultan Al Arab, dove si possono mangiare anche kebab di un metro.
Per approfondire la storia del posto consigliamo l’Heritage Area, dove con un unico Heritage Joint Ticket (5 euro per entrare in 5 musei) si possono visitare diversi musei: il museo dell’eredità emiratina, con sale dedicate alle tradizioni locali (compreso il modo tradizionale di salutarsi strofinando i nasi), e case storiche come Bait Al Naboodah, appartenuta a un importante commerciante di perle. Qui si capisce quanto la penisola arabica fosse legata alla pesca delle perle fino agli anni ’40, prima dell’arrivo delle perle coltivate dal Giappone che mandò in crisi l’economia locale.
Passeggiando tra i vicoli restaurati vicino alla Bait Al Naboodah si notano anche le wind towers, le antiche “torri del vento” che catturano la brezza e la incanalano nelle stanze: una forma di climatizzazione naturale che precede di parecchio l’aria condizionata. Per una pausa pranzo siamo andati da Arabian Tea House per una pausa pranzo a base di insalate, halloumi e piatti mediorientali semplici ma buonissimi.
Tra gli spazi contemporanei segnaliamo il Flying Saucer, centro d’arte dove quel giorno si teneva una lezione aperta sulle opere della Biennale, e la House of Wisdom, grande biblioteca e centro culturale gratuito con sale studio, tavoli per lavorare e un cortile interno verde.
Cosa vedere negli Emirati Arabi Uniti: Emirato di Fujairah
La città di Fujairah
Fujairah città, capitale dell’omonimo Emirato, è un posto un po’ strano: mezza distesa lungo il mare, mezza incastrata tra strade larghe e palazzi moderni, con in mezzo la sagoma della Grand Mosque che spunta ovunque. Non è una città “da cartolina” in senso classico, ma più un mosaico: il forte, il lungomare con la sua corniche dove la sera tutti escono a camminare, i caffè con le famiglie sedute ai tavoli esterni, il porto con le barche dei pescatori e le petroliere all’orizzonte.
Girando in auto da un quartiere all’altro si passa da incroci quasi vuoti a viali pieni di negozi, con piccoli ristoranti indiani, yemeniti, siriani che raccontano quanto sia mescolata la popolazione. Non è una città da “grandi attrazioni”, ma più un luogo comodo per visitare la costa del Golfo dell’Oman e per questo ha avuto senso nel nostro itinerario.
Noi abbiamo dormito di fronte alla Grand Mosque all’Aparthotel Adagio Fujairah (oggi chiuso). Abbiamo mangiato molto bene da Dhe Arippa (cucina indiana).
Al-Bidya Mosque: la moschea più antica degli Emirati Arabi Uniti
Sulla costa tra Fujairah e Dibba c’è anche quella che viene considerata la moschea più antica degli Emirati, la Al Badiyah (scritta anche Al Bidyah). È piccola, color sabbia, con quattro minuscole cupole e un minareto basso che sembra quasi un torrione: niente a che vedere con le moschee monumentali di Abu Dhabi o Sharjah, e forse proprio per questo colpisce così tanto. Costruita nel 1446 è ancora oggi è in uso, circondata da un piccolo cimitero e dai resti di torri di guardia che ricordano quanto fosse strategica questa parte di costa. Entrando si cammina su un pavimento irregolare, quindi occhio.
La costa di Fujairah: da Al Aqah, Dabba e Snoopy Island
Uno dei motivi per spingersi fino alla costa di Fujairah sul Golfo di Oman è semplice: fare il bagno. A differenza di altri Paesi della regione, gli Emirati hanno una quantità sorprendente di spiagge pubbliche, spesso libere e con mare trasparente. In questo Emirato, segnati Al Aqah Beach, lunga, sabbiosa e con un bel colpo d’occhio sulle montagne alle spalle, e soprattutto Snoopy Island, un isolotto roccioso davanti alla costa dove è facile vedere pesci colorati e, con un po’ di fortuna, tartarughe.
Tra Al Aqah, Fujairah città e Dibba ci sono poi diverse piccole calette accessibili dalla strada costiera: basta rallentare, guardare dove scendono le persone e scegliere il proprio angolo di mare. Una delle più sceniche è quella vicino a Nawa Farm, con acqua trasparente e fondale roccioso perfetto per maschera e boccaglio. Sono luoghi semplici, senza sfarzi né grandi servizi.



Il minuscolo emirato di Ajman con la splendida spiaggia di Al Hamriya
Il minuscolo emirato di Ajman è facile da ignorare su una mappa, ma sulla costa nasconde una delle spiagge più piacevoli del Golfo Persico: Al Hamriya. È un lungo tratto di sabbia chiara, acqua calma e pochissimi grattacieli, frequentato soprattutto da famiglie locali e persone che vengono a fare picnic al tramonto. La cosa comoda è che Al Hamriya è raggiungibile molto facilmente anche da Sharjah: basta seguire la strada costiera verso nord e, in meno di un’ora, ci si ritrova qui. Non ci sono grandi stabilimenti o infrastrutture turistiche.
Emirato di Abu Dhabi: la capitale degli Emirati Arabi Uniti
Abu Dhabi città
Ad Abu Dhabi abbiamo iniziato dalla Grande Moschea dello Sceicco Zayed, che consigliamo di visitare al tramonto per vederla cambiare luce tra giorno, golden hour e sera. All’interno si trova il tappeto annodato a mano più grande del mondo: oltre 5.600 m² di superficie per circa 35 tonnellate di peso, realizzato da 1.200 artigiani con una miscela di filati composta per il 70% da lana e per il 30% da lana mista cotone. Il disegno è dell’artista iraniano Ali Khaliqi e per trasportarlo in Emirati sono stati necessari tre aerei cargo.
Una cosa che non avevamo mai visto sono le decorazioni floreali, bellissime e interamente dipinte a mano, a cura dell’artista britannico Kevin Dean, che si è ispirato alla flora della regione: ricoprono colonne e pavimenti e danno un’idea del fermento culturale del Paese. L’unica nota stonata è il gigantesco centro commerciale che bisogna attraversare per entrare (l’ingresso alla moschea resta comunque gratuito). L’edificio, progettato dall’architetto siriano Youssef Abdelke, è un esempio di quello che viene spesso definito “stile Khalifa”: architettura monumentale contemporanea che reinterpreta in chiave moderna cupole, archi e motivi geometrici islamici.
Sempre sul tema cultura abbiamo visitato il Louvre Abu Dhabi (biglietto intorno ai 15 euro), progettato da Jean Nouvel: tra architettura e collezione ci si sta facilmente quattro ore. L’allestimento per aree geografiche mette in dialogo opere provenienti da continenti diversi ma legate da esperienze simili. Di fronte stanno costruendo il futuro Guggenheim firmato Frank Gehry.
Per cambiare ritmo ci siamo fermati a fare il bagno ad Abu Dhabi Beach, rispetto ad altri Emirati ci sono meno spiagge libere, ma questa è comoda per una pausa mare in città.
Molto interessante anche il National Aquarium Abu Dhabi, che oltre alle vasche espositive ospita un vero e proprio ospedale per tartarughe e un programma per ripopolare il Mare Arabico di squali. C’è persino una surgery room dove vengono operate le tartarughe per rimuovere la plastica ingerita, un promemoria concreto del fatto che in molti oceani oggi c’è fino a sei volte più plastica che plancton. Qui abbiamo imparato anche qualcosa sulle isole Bu Tinah, riserva della biosfera UNESCO non visitabile, importantissima per la tutela degli ecosistemi marini.
In centro ci è piaciuto molto il centro culturale di Abu Dhabi (ingresso gratuito), con mostre di artisti emiratini emergenti, un atelier dove chiunque può dipingere senza costi e, all’esterno, installazioni che omaggiano le oltre 200 isole dell’emirato e le sue mangrovie, con richiami ai tradizionali sistemi di irrigazione aflaj.
A completare il quadro, la visita al palazzo presidenziale Qasr Al Watan, che porta allo spasimo lo stile architettonico khalifa tra cupole, marmi e intarsi dorati, e una gita in barca con SeaSafari per esplorare le isole e vedere Abu Dhabi dal mare, tra skyline moderno, mangrovie e acqua color smeraldo.



Dove mangiare ad Abu Dhabi: alcuni consigli
Ad Abu Dhabi abbiamo mangiato molto bene in questi posti:
- Al Arab Restaurant: classico ristorante con cucina del golfo
- Shawarma Almashi: shawarma preparata da ragazzi emiratini, con un tocco di innovazione (sottaceti pazzeschi)
- Zahrat Lebanon restaurant: ristorante libanese pazzesco
- Pavo Restaurant: ottimo v60, piatti italiani vicino all’acquario
- Eggcellent: cucina internazionale
Al Ain: gli aflaj degli Emirati Arabi Uniti
Nel cuore dell’emirato di Abu Dhabi, quasi al confine con l’Oman, c’è una città-oasi che sembra un miraggio in mezzo al deserto. Al Ain custodisce uno dei palmeti più grandi e antichi della regione, riconosciuto come patrimonio dell’UNESCO: più di 150 mila palme da dattero disegnano un labirinto di sentieri ombreggiati, dove il sole filtra tra le foglie e l’aria è piena di fruscii e richiami di uccelli.
L’acqua non arriva per caso: scorre grazie a un sistema di irrigazione tradizionale, il falaj, utilizzato da oltre 3.000 anni. Con la sola forza di gravità, l’acqua viene incanalata in piccoli canali che passano accanto ai campi e ai giardini, irrigando ogni angolo dell’oasi. Camminando lungo questi corsi d’acqua si capisce quanto l’ingegnosità dei sistemi idrici abbia reso possibile la vita in un ambiente tanto ostile.
La visita è semplice e molto piacevole: l’ingresso è gratuito, basta prevedere circa un’ora per addentrarsi tra i sentieri, fermarsi a osservare i canali e prendersi il tempo di ascoltare il silenzio del palmeto. Il sito è curato e ben tenuto, perfetto come sosta durante un on the road tra Abu Dhabi e l’Oman o come gita in giornata per chi ha voglia di vedere un volto degli Emirati molto diverso da quello dei grattacieli.



Rub Al Khali: il deserto più grande al mondo
Il nostro primo impatto con il Rub al Khali è stato quello di fronte al “vuoto” più grande che abbiamo mai visto: onde di sabbia che si perdono all’orizzonte. Il Rub al Khali è il deserto di sabbia continuo più grande al mondo: si estende per circa 650.000 km² e attraversa Arabia Saudita, Oman, Emirati Arabi Uniti e Yemen. È considerato uno dei luoghi più inospitali del pianeta – qui cadono appena 25–50 mm di pioggia all’anno – eppure migliaia di tribù beduine lo abitano da secoli. In alcuni punti è ancora in gran parte inesplorato.
La nostra base è stata Liwa, un’oasi che occupa un posto speciale nel cuore degli emiratini. In un paese dove le persone “local” rappresentano solo il 12% della popolazione totale, Liwa viene vista come il fulcro della cultura emiratina: è il luogo d’origine delle famiglie Al Maktoum e Al Nahyan, da cui provengono i sovrani di Dubai e Abu Dhabi. Oggi qui vivono circa 15.000 persone, circondate da piantagioni di datteri e fattorie beduine a pochi minuti dall’ingresso del deserto.
All’ingresso del Rub al Khali ci accoglie la Duna Moreeb, che qui viene presentata come la duna più alta del mondo (circa 300 metri). I bedu stessi ci hanno detto di essere un po’ scettici su questo primato – nel Rub al Khali di dune di queste dimensioni ce ne sarebbero “a bizzeffe” – ma resta comunque impressionante. Poco dopo ci fermiamo davanti a una distesa bianca: è una palude di sale che testimonia la presenza di antichi laghi salati nel deserto, attivi circa 6.000 anni fa. Questi laghi si riformano solo in caso di piogge eccezionali (rarissime), soprattutto verso il confine con Oman ed Emirati; noi ci siamo spinti invece verso la frontiera con l’Arabia Saudita. Lungo il percorso vediamo per la prima volta le dune “mobili”, che avanzano di diversi metri all’anno spostate dal vento, e le piante di Suaeda vermiculata, una specie grassa che cresce sul sale, ha un sapore salato ed è ancora oggi utilizzata dai bedu.
Il Rub al Khali è anche un luogo perfetto per capire quanto sia delicato l’equilibrio tra natura e turismo. I cammelli, per la cultura beduina, sono animali sacri: un tempo erano gli unici compagni di viaggio e fonte di sostentamento, e in molti casi lo sono ancora oggi. Ci hanno spiegato che per loro alzarsi e rialzarsi più volte al giorno con un carico sulla schiena è faticoso e doloroso; per questo crediamo che, come turisti, sarebbe meglio evitare di salirci solo per una foto. Abbiamo visto anche come i bedu lasciano libere le cammelle prossime al parto e poi mamma e piccolo continuano a muoversi insieme nel deserto.
Dal punto di vista naturalistico, il Rub al Khali è pieno di dettagli che non ti aspetti. Oltre alle oasi di palme e alle fattorie beduine, poco fuori dalle piste abbiamo potuto osservare da vicino anche alcune “rose del deserto”: formazioni di gesso e sabbia scolpite dal vento che sembrano vere rose minerali, fragili e bellissime, un’altra prova di come in un paesaggio apparentemente monotono si nasconda una grande varietà di forme e micro-ambienti.
Il tour nel Rub al Khali lo abbiamo prenotato con Arabian Tours ed è stato l’ultimo della stagione – gli ultimi campeggi nel deserto vengono allestiti di solito fino a fine aprile. Noi abbiamo fatto solo l’escursione giornaliera, ma la prossima volta che torneremo da queste parti ci piacerebbe fermarci a dormire nel deserto. È stata un’esperienza che va oltre il “bel panorama”: qui ci sono storia, cultura, una conoscenza profonda del territorio e un amore sincero per la natura. Il Rub al Khali è uno di quei posti che restano impressi e difficilmente si dimenticano.
Itinerario negli Emirati Arabi Uniti: puoi seguire il nostro
Qui sotto trovi l’itinerario che abbiamo seguito (abbiamo dormito 11 notti nel paese):
- Atterrati ad Abu Dhabi + noleggio auto
- Al Ain
- Oman – in questo articolo puoi vedere il nostro itinerario di 11 notti
- Rientro dall’Oman: visita ad Al Madam, Jebel Buhais Geology Museum, notte a Fujairah
- Kalba, Khor Fakkan, Fujairah città (e seconda notte qui)
- Al-Bidya Mosque, la costa di Fujairah, spiaggia di Al Hamriya e arrivo a Sharjah
- Sharjah città e seconda notte qui
- 2 notti a Dubai
- 5 notti ad Abu Dhabi







